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Primi senza fatica col pieno di
bibitoni
Primi senza fatica col pieno di bibitoni La commercializzazione
e la vendita degli integratori per lo sport sono regolate da precise
norme di legge e da specifiche Linee Guida, queste ultime emanate
nel giugno '99 dal ministero della Sanità. Una vasta gamma di "prodotti
dietetici" che dovrebbero avere come finalità d'uso il reintegro
di quei nutrienti che potrebbero essere consumati in eccesso per
effetto della pratica sportiva, qualora la normale razione alimentare
quotidiana non fosse in grado di soddisfarne pienamente lo specifico
fabbisogno. In realtà, una situazione di questo tipo è estremamente
improbabile. Di fatto, la maggior parte dei cosiddetti integratori
per gli sportivi, soprattutto quelli proteici, quelli contenenti
aminoacidi e/o creatina, vengono di solito utilizzati con l'implicita
aspettativa di veder migliorare le proprie capacità atletiche e,
in particolare, di veder crescere i propri muscoli. Usati, quindi,
come "anabolizzanti", sostanze teoricamente capaci di far aumentare
la sintesi delle proteine muscolari e di migliorare in genere la
capacità di produrre lavoro, anche al fine di trarre un vantaggio
nei confronti degli avversari. In tal senso, molti consumatori di
integratori sono indotti, anche dalla pubblicità, a farne un uso
eccessivo sia come dosaggi che come periodi di utilizzazione. Tutte
le sostanze vendute come integratori per lo sport sono consentite
dai regolamenti antidoping, e se assunte a bassi dosaggi e per periodi
di tempo non eccessivamente prolungati, non sono pericolose per
la salute, eccetto in casi particolari, per concomitanti condizioni
patologiche. Tuttavia, è opportuno ricordare che la commercializzazione
della maggior parte di questi prodotti avviene dietro presentazione
della sola "notifica" al ministero della Sanità, cioè senza la necessità
di comprovarne la reale efficacia e soprattutto senza una sufficiente
documentazione sull'assenza di effetti collaterali nel lungo periodo.
Ciononostante, il ricorso a questi prodotti è molto più diffuso
e incontrollato di quanto si possa pensare, come testimonia una
recente indagine (Pesce et al, 2001) che ha evidenziato la tendenza
ad un loro uso anche tra i giovanissimi: su un campione di 5.717
studenti/esse romani, di 1113 anni, ben il 7,12 per cento ha dichiarato
di assumere creatina e aminoacidi, con numeri superiori tra i maschi
e tra i soggetti più grandi. Il consumo di questi prodotti è risultato
associato a specifiche caratteristiche psicologiche: forte "orientamento
all'ego" (tendenza a voler primeggiare), ridotto "orientamento al
compito" (scarsa tendenza ad impegnarsi a fare del proprio meglio
per migliorare), fiducia nella propria capacità di gestire efficacemente
ogni situazione. Insomma, ragazzi che tendono a ritenersi all'altezza
di qualunque situazione, non tanto perché confidino solo sulle loro
possibilità, quanto piuttosto perché pensano di potersi attrezzare
con opportuni "supporti" (come gli integratori) in grado di migliorarne
le prestazioni. Tutt'altro che incoraggiante, il quadro lascia trasparire
la pericolosità di comportamenti simili come possibile base per
lo sviluppo, nel tempo, di atteggiamenti di abuso di farmaci e di
sostanze, ben più pericolose degli integratori, per migliorare le
proprie prestazioni sportive e risolvere in generale i propri problemi.
Pertanto, alle legittime perplessità rispetto alla assoluta reale
innocuità di alcuni prodotti commercializzati, si aggiunge anche
quella dell'eticità del loro uso, anche alla luce di quanto stabilito
dalla recente Legge 376 del 14-12-2000 su: "Disciplina della tutela
sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping".
Quest'ultimo viene definito come "la somministrazione o l'assunzione
di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive
e l'adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate
da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche
o biologiche dell'organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche
degli atleti": sancita di fatto la fine dell'assioma per cui è doping
il ritrovamento nelle urine degli atleti di sostanze proibite dagli
organismi sportivi, l'accento si sposta sulla reale necessità terapeutica
e/o preventiva dei trattamenti, farmacologici e non, prescritti
agli atleti. Tutto ciò, in armonia con quanto indicato dal Codice
di deontologia che vieta al medico di "consigliare, prescrivere
o somministrare trattamenti farmacologici o di altra natura, diretti
ad alterare le prestazioni di un atleta, in particolare qualora
tali interventi agiscano direttamente o indirettamente, modificando
il naturale equilibrio psicofisico del soggetto". Nessun riferimento
ad un qualsivoglia elenco di sostanze dopanti o non, farmacologiche
o meno, dunque, ma un esplicito divieto a ricorrere a qualunque
mezzo, al fine di alterare la prestazione di uno sportivo, se non
giustificato da un motivo terapeutico o preventivo. Corrette e adeguate
abitudini alimentari, associate ad un buon programma di allenamento,
nel rispetto dei tempi naturali di recupero dell'organismo degli
atleti, sono gli unici insostituibili elementi per il miglioramento
delle prestazioni sportive; gli integratori possono essere un valido
aiuto nel completare i fabbisogni nutrizionali, ma solo quando realmente
necessari, e sotto la guida di medici esperti e convinti che la
lealtà sportiva e la salute degli atleti valgano molto di più di
qualunque vittoria. Un allarme che oggi appare tanto più giustificato
dal sempre più frequente riscontro di positività ai controlli antidoping,
l'ultimo caso riguarda il calcio professionistico, fatta naturalmente
salva la verificare delle cause reali che possono aver determinato
i singoli casi. Michelangelo Giampietro, docente di Alim. e Nutr.
Umana, Univ. "Tor Vergata", Roma
Michelangelo Giampietro, docente di Alim.
e Nutr. Umana, Univ. "Tor Vergata", Romarturo
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