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L'alimentazione
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L’alimentazione I Romani consumavano 3 pasti al giorno. Il primo (ientaculum) molto leggero, consisteva in una colazione di pane intinto nel vino, accompagnato da cacio, uova, frutta e miele. Il pranzo (prandium) che aveva luogo verso mezzogiorno era rapido e sobrio: uova, pesce o carne fredda, legumi, un po’ di verdura, frutta e, da bere, acqua o vino generalmente misto con miele. Per il pranzo non occorreva né apparecchiare la tavola né lavarsi le mani dopo, si trattava di un rapido spuntino che non richiedeva alcun preparativo speciale. La cena (cena) invece, era il pasto principale: ci si metteva a tavola dopo il bagno alle terme, fino a tarda sera. Nelle umili dimore dei quartieri popolari la gente consumava i pasti stando seduti su rozzi sgabelli, intorno ad una tavola di legno comune, il vasellame era di coccio e la cena semplice e frugale: minestra di verdura e cereali, pesce, qualche volta carne, molti legumi, formaggio, frutta (specialmente quella secca). Nelle dimore signorili, la stanza adibita a sala da pranzo si chiamava "triclinium", nome che derivava dai tre letti collocati intorno al tavolo, sui quali i commensali si stendevano per mangiare, secondo un'usanza importata dalla Grecia. Sul pavimento di marmo o di mosaico poggiavano tavoli di legno cedro dalle gambe d'avorio; intorno ad essi divani decorati di madreperla, argento, oro, su cui erano stese coperte di tessuto finissimo. I tre letti disposti ad angolo retto intorno ad un tavolo "mensa" avevano ciascuno tre posti separati da cuscini. Nell'età imperiale venne introdotta un'innovazione: ai letti tricliniari si sostituisce un unico grande divano di forma arcuata "sigma" che poteva contenere otto o nove commensali. Essi si distendevano sempre di sbieco, con il gomito sinistro appoggiato ad un cuscino ed i piedi volti verso destra; tenevano con la mano sinistra il piatto e con la destra prendevano il cibo, la forchetta era sconosciuta; il coltello poco usato perché i cibi, prima di essere serviti, venivano tagliati in piccole porzioni da uno schiavo; molto usati e di varia forma invece i cucchiai. Prima dell'inizio del pasto alcuni schiavi andavano in giro per la sala porgendo ai commensali l'acqua con cui si lavavano le mani. La cena comprendeva tre momenti fondamentali: si cominciava con l'antipasto "gustatio" consistente in cibi leggeri, tra cui troviamo quasi sempre olive, uova, funghi; la bevanda di rito in questa prima fase era una miscela di vino e miele. Seguiva la cena vera e propria, che comprendeva tre portate a base di carne e legumi. Le carni più pregiate erano quelle del maiale, del cinghiale, del ghiro, fra la selvaggina in grande onore era il pavone, il fenicottero, la cicogna; ma il piatto preferito dai romani era il pesce, che compariva in tutte le mense. Il terzo momento della cena era costituito dal dessert "secundae mensae" a base di frutta fresca, secca, confetture, dolci fatti con farina e miele, formaggi di varia qualità. Durante il banchetto si beveva in abbondanza: nel triclinio vi era un grande vaso detto "cratere" nel quale si versava il vino conservato nelle anfore e lo si mescolava con acqua calda o fredda a seconda dei casi, i Romani bevevano vino puro soltanto nelle libagioni rituali; i servi attingevano con un mestolo la miscela così ottenuta e riempivano coppe e bicchieri. Durante il banchetto i commensali gettavano tranquillamente sui preziosi pavimenti di mosaico lische di pesce, ossicini, bucce, alla fine della cena era compito degli "scoparii" spargere segatura sotto le tavole e, con scope e strofinacci, spazzar via tutto. I grandi banchetti duravano molte ore, durante tutto questo tempo i commensali oltre che mangiare e bere, chiacchieravano, dicevano maldicenze, discutevano di cose varie e si divertivano in vario modo. Nella sala del triclinio si esibivano comici, suonatori di cetra, lettori di versi, ballerini e soprattutto buffoni e nani. Le letture "recitatio" durante i banchetti erano in Roma una consuetudine largamente diffusa. Un invito a cena dal poeta Marziale: "La fattoressa mi ha portato la malva ed i vari prodotti di cui è fornito il mio orto: la lattuga dalle larghe foglie, i porri da tagliare a fette, la menta aromatica e varie qualità di erbe eccitanti. Delle uova finemente tritate faranno corona alle acciughe su un letto do foglie di ruta; vi sarà inoltre ventresca di scrofa condita con tonno in salamoia. Questo per quanto concerne l'antipasto. Poi, il mio modesto desinare non avrà che una portata: un capretto sottratto ai denti del feroce lupo, delle braciole di maiale che, essendo piccole, non hanno bisogno dello schiavo che le tagli a pezzi, delle fave e dei cavolini appena nati. A ciò si aggiungerà un pollo ed un prosciutto che dura ancora dopo tre pasti. Quando vi sarete tolti l'appetito, vi offrirò frutti ben maturi ed un'anfora di vino di Nomento vecchio e ben filtrato. Aspettatevi alla mia mensa degli scherzi senza fiele, una franchezza di linguaggio di cui avrete a pentirvi l'indomani e non una sola parola che vi dispiaccia d'esservi lasciata sfuggire."
La frutta era sempre disponibile: mele, pere, ciliegie, uva, susine, fichi, pesche, noci, mandorle, castagne, e inoltre albicocche e datteri, importati dall’Armenia e dall’Africa. Il pane comparve in un secondo tempo. Esistevano tre tipi di pane: il primo, quello fine, che solo i ricchi potevano permettersi (panis candidus); quello bianco (secondarius), e quello nero (plebeius).
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